In psicoterapia il problema non è come sono diventato così e cosa posso fare per cambiare, ma dove mi spingono quell'insieme di caratteristiche e qualità che dalla nascita hanno formato il mio essere individuale in altre parole il mio progetto.


Una nuova prospettiva

Tutta la nostra vita è psicologica perché ciò che sappiamo del mondo esterno e di noi stessi passa attraverso l'elaborazione della nostra psiche che guarda le cose e dà loro un significato

operando una riflessione su ciò che già conosciamo.

Ma buona parte della psicologia è caduta nella trappola del pensiero razionalista-scientifico di riportare tutti gli eventi della psiche alla dimensione dell'Io conscio.

Grave errore che portando l'accento su una ideale e perfetta integrazione dell'essere nega e costringe la psiche in ambiti angusti e ne causa la sofferenza. 

La psicologia deve mettere al centro la persona nella sua totalità così come ci hanno insegnato le filosofie di vita sia "orientali" sia "occidentali". 

 

 

Contro le categorie 

In psicologia piuttosto che usare etichette diagnostiche che poco ci dicono sulla singolarità di un essere umano, bisogna recuperare la flessibilità dello sguardo, dell'osservazione analitica.

L'esistenza della persona è unica e irripetibile e non può essere costretta e limitata in una categoria diagnostica.

Credo poi che il disagio della persona non nasca solo da suo passato ma anche e soprattutto dalle spinte evolutive che si scontrano con i limiti e le regole del mondo esterno.

 

 

 



Perché da psicoterapeuta mi occupo di malattie spirituali.

In un’epoca dominata da un presente incerto e da un futuro inafferrabile noto un forte bisogno di trovare un senso e un valore spirituale alla propria vita.  

Assisto ad un fenomeno completamente nuovo,  le Vie spirituali tradizionali vengono offerte, da sedicenti “maestri” e “guru”, come ad un mercato dove se ne decantano gli straordinari benefici per il corpo e la psiche.  Insieme alla banalizzazione e commercializzazione delle Vie spirituali si assiste d’altro canto a comportamenti da fastfood spirituale e da vissuti esistenziali nevrotici se non schizoidi, che possono essere definiti delle vere e proprie “malattie spirituali”. 

Da psicoterapeuta sensibile alla sfera spirituale devo purtroppo costatare che buona parte della psicologia accademica non ha mai preso in grande considerazione i processi psicologici di quanti  sentono un bisogno di spiritualità e di senso da dare alla propria vita. Per questo da anni mi impegno  per favorire un’integrazione delle conoscenze e arrivare a far emergere, in una situazione di crisi e disagio esistenziale, quegli elementi positivi idonei a incoraggiare la persona al cambiamento e alla crescita.


Conosci te stesso.

Conoscere se stessi per riconoscere e dissociarsi dai ruoli, dalle definizioni e dalle aspettative che gli altri ci impongono e richiedono sin dall'infanzia. Conoscere se stessi per affermare di essere integralmente e inseparabilmente un tutt'uno con il cosmo e allo stesso tempo degli individui unici e irripetibili.


 

 


Psicologia e pratiche spirituali

Sebbene la psicologia e la pratiche spirituali siano nate per aiutare l'uomo a uscire dalla propria sofferenza umana è bene saper distinguere i veri bisogni della persona. Può accadere, infatti, che si inizi, errando, una pratica spirituale nella speranza di risolvere i propri problemi psicologici, così come veder scambiata una profonda necessità di cambiamento di vita con una sofferenza psicopatologica. Parlare con un Maestro o con un terapeuta esperto evita di cadere in questi errori.



Sul concetto di identità.

In questo periodo storico, acquisire un'identità è diventata cosa attraente e preziosa, non solo per coloro che intendono distinguersi dagli altri in ambito sociale, culturale o economico, ma anche in ambito spirituale, per quanto paradossale possa sembrare. Quando si riflette su cosa possa significare avere un’identità, si scopre che la maggior parte delle persone si riconoscono come il risultato della somma delle cose, degli “oggetti” materiali e non, che definiscono il loro status. Cose dalle quali di conseguenza risultano essere dipendenti o per dirla in un modo più crudo, la loro identità viene definita dalle cose “che li possiedono”: un lavoro, una casa, una macchina, un riconoscimento accademico, l'ultimo ritrovato tecnologico, eccetera. Anche in ambito spirituale, o meglio pseudo spirituale, si nota spesso l’attuarsi dello stesso modello, dello stesso processo che rivela lo stesso bisogno: farsi riconoscere per la propria adesione a un insegnamento, a un lignaggio, a una corrente; per aver seguito o seguire una scuola, un metodo, un guru, eccetera. 
Tutto ciò è comprensibile e in certi momenti utile: la necessità di identificazione e l’identificazione stessa permettono di pensare a se stessi come a qualcosa di stabile e duraturo, offrendo un senso di certezza e tranquillità. Ma la vita è in continuo divenire e se si rimane cristallizzati sul preservare un’identità, anche se conquistata con grandi sforzi, si rinuncia a partecipare al grande gioco dell’esistenza e della coscienza.


Sulla funzione dell'Io testimone.

Percorrendo una via spirituale o in alcune forme di psicoterapia si chiede alla persona di ridurre il potere dell’Io razionale perché spesso fonte di resistenza al processo di trasformazione e cambiamento. Va detto subito che questa richiesta in realtà invita alla creazione di un Io osservatore, un testimone, e non all'annullamento completo dell’Io. L’Io osservatore ha la funzione, restando ai margini del processo di trasformazione, di comprendere senza giudicare ciò che sta avvenendo favorendo così l'integrazione di aspetti della psiche utili alla crescita e allo sviluppo interiore.


Sulla malinconia.

La malinconia come moto dell’anima ha due contrapposti significati. Nel primo, possiamo considerarla una malattia dell’anima perché manifesta per lo più una profonda insoddisfazione verso il mondo con un conseguente estraniarsi da esso e che, nel perdurare della passività, può sconfinare nella depressione. Nel secondo significato, la malinconia è il richiamo dell’anima ad un ritiro riflessivo, ad un prendere le distanze da ciò che non soddisfa più, ad un rifuggire dall'eccesso. In tal senso, come ben dice il filosofo Salvatore Natoli, il malinconico è un sapiente involontario capace di smascherare la falsa felicità e di affinare la sua capacità di giudizio e critica.


Ragione e follia

Tra ragione e follia non c'è contrapposizione ma uno scambio continuo e incessante: la follia emerge in assenza di regole e genera il terreno su cui la ragione edifica le sue regole.


Il valore dell'immaginazione

Anche grazie agli studi della fenomenologia, oggi possiamo guardare senza timore a forme diverse di conoscenza e possiamo quindi cogliere e dare il giusto valore all'immaginazione, come del resto accadeva in antichità secondo quanto possiamo leggere nella maggior parte degli antichi testi sacri, mitici e poetici dell’umanità. E’ all'immaginazione che fin dai tempi remoti viene deputata la facoltà di giungere al piano sottile e incorporeo della manifestazione, lì dove secondo i platonici risiedono le forme pure, gli archetipi della Natura, le idee di tutte le specie possibili. A essa viene riconosciuta un’esistenza oggettiva e fondamentale, è un vero e proprio «organo di percezione», come dice Henry Corbin , adeguato a far conoscere gli “oggetti” della coscienza e il suo universo peculiare, ovvero il mondo immaginale. 
Elio Occhipinti, I Filosofi del Fuoco.